Intervista doppia a Ivan Talarico e Luca Ruocco

Published On 19/01/2014 | By Marianna Camillò | cultura

È in arrivo al Teatro dell’Orologio di Roma, dal 21 gennaio al 2 febbraio 2014, l’ultima prova artistica del duo Ivan Talarico e Luca Ruocco. Una nuova, imperdibile produzione teatrale firmata DoppioSenso Unico. Ho posto qualche domanda a Ivan e Luca, per scoprire qualcosa di più sulla loro carriera e sul loro nuovo lavoro…

Cominciate col parlarci di voi e col dire cosa è DoppioSenso Unico…
[Luca]: Siamo Luca e Ivan. Loschi figuri… magri e corrucciati. Uno dei due decisamente più alto, l’altro più cupo. Non possiamo negare che, indossando mentite spoglie e maschere di animali, e piegando le regole della logica a nostro piacere, diventiamo la compagnia teatrale DoppioSenso Unico
[Ivan]: Io sono un punto di fuga, Luca è uno spigolo. Facciamo teatro angolare e sfuggevole. DoppioSenso Unico è il nome che ci siamo dati, la gabbia creativa che intrappola le nostre idee migliori.

 Come vi siete conosciuti e come è nata la vostra collaborazione?
[Ivan]: Ci siamo conosciuti a scuola e al primo sguardo ci siamo tryovati insopportabili. Dopo un periodo iniziale di silenzio e insofferenza abbiamo scoperto di avere delle idee, diverse ma integrabili, e abbiamo iniziato a creare i nostri mondi di fumo.
[Luca]: Abbiamo iniziato a collaborare nella realizzazione di fumetti mal scritti e disegnati peggio, in cui mescolavamo parodie di personaggi più famosi a caricature di persone a noi care… Abbiamo continuato per qualche anno, sperimentando parallelamente anche il video, fino ad arrivare al teatro, dove le nostre prime collaborazioni hanno riguardato la scrittura di copioni di spettacoli che poi, puntualmente, non arrivavano a vivere in scena. Come inizio non era male…

1060933_10202881731874795_1263328759_n In che modo si coordinano nel vostro lavoro le diverse espressioni artistiche (teatro, video, musica)?
[Luca]: Diciamo che fanno parte di un unico calderone che è alla base della nostra formazione: più legata al cinema [di genere], la mia, più vicina alla musica [quella di Ivan]. In teatro ci siamo inventati autodidatti, dopo qualche anno di scuola di teatro, ma peschiamo continuamente input da altri mondi comunicativi. Con DoppioSenso Unico abbiamo prodotto anche dei video [cortometraggi e documentari], prima di decidere di dare spazio quasi totalitario al teatro. Ma, comunque, anche all’interno dei nostri spettacoli il cinema, ad esempio, ritornava spesso: in Viageatruà se ne simulava, in scena, il montaggio; ne La clamorose avventure di Mario Pappice e Pepé Papocchio era presente in scena un grande schermo su cui proiettavamo dei cortometraggi appositamente girati; ora per gU.F.O. abbiamo realizzato una serie di trailer con guest d’eccezione.
[Ivan]: Prima cercavamo di più la contaminazione, ora teniamo tutto molto separato. Abbiamo abbandonato da un po’ l’idea del teatro “contenitore”. Adesso nei nostri spettacoli non c’è video, non musica. Solo corpo e voce. Di recente anche ferro e stoffa. Non c’è nulla di evidente, ma sottopelle le contaminazioni sono inevitabili.

Entrambi scrivete ma, nel dettaglio, di cosa vi occupate e quali sono le vostre passioni?
[Luca]: Io scrivo di/sul cinema. Ho avviato tante piccole collaborazioni con portali di critica cinematografica che mi hanno portato, tre anni fa, a fondare la webzine InGenereCinema.com, dedicata al cinema di genere e con un occhio molto attento alle realtà indipendenti. Per quanto riguarda i progetti filmici, negli ultimi anni ho firmato le sceneggiature di alcuni cortometraggi, tutti prodotti Revok Film, di cui quello che sta raccogliendo più consensi è Versipellis.
[Ivan]: Io scrivo distrazioni, d’astrazioni. Racconti, poesie, critiche immaginarie a cose inesistenti. Prima scrivevo del vuoto che m’assediava, ora dei pieni che m’esplodono. Relazioni umane, giochi tra parole, malattie del ragionamento… è lì che mi perdo. E quella forse è la mia passione inappagata, la deriva, la perdita.

Che valore ha la sperimentazione nel vostro teatro e quanto sono presenti la vostra vita e il vostro essere nel lavoro che svolgete?
[Luca]: Cerchiamo sempre nuovi modi per far restare vivi i nostri spettacoli, sia nelle prove, tra di noi, che nella messa in scena seriale. Ne La variante E.K. abbiamo preso uno spettatore e lo abbiamo fatto diventare parte integrante della messa in scena dello spettacolo, perché abbiamo necessità di un pubblico vigile e attivo. Questo particolare rendeva lo spettacolo sempre diverso anche per noi, che affrontavamo di volta in volta nuove reazioni e nuovi ritmi imposti dal terzo incomodo. La nostra vita, e quello che siamo, si riversa direttamente, in maniera scomposta e deformata, nei nostri spettacoli, e il tutto avviene in maniera inconsapevole! Per quanto strani e grotteschi siano i personaggi che portiamo in scena, c’è gente che giura di averci visto persone reali a noi più o meno vicine… E, ogni tanto, neanche noi possiamo negare l’inquietante somiglianza tra vero e falsato.
[Ivan]: Una volta avevamo il chiodo fisso della sperimentazione, la necessità impellente di trovare qualcosa di nuovo, anche a scapito di noi stessi. Ora ci assecondiamo molto di più negli istinti e cerchiamo di sorprenderci e non annoiarci.

1082080_10202881730434759_1287374527_n Seguite qualche modello? Avete uno o più miti da cui traete ispirazione?
[Ivan]: Essenzialmente il mito di Sisifo, condannato a portare un pesante masso su un monte per poi vederlo rotolare giù e ricominciare all’infinito il tentativo, riuscito ma vano.
[Luca]: Per quanto riguarda il teatro, il fulmine a ciel sereno, per noi, è stato il lavoro di Flavia Mastrella e Antonio Rezza… Li incontrammo all’epoca delle prove aperte dello spettacolo Fotofinish. Più che un modello di riferimento sono stati proprio uno spartiacque per il nostro modo di considerare il teatrabile…

Il vostro nuovo spettacolo, gU.F.O., ha un titolo decisamente eccentrico. Di cosa si tratta?

[Luca]: Tratta di due gufi, marito e moglie, che stanno da sempre rinchiusi all’interno di un appartamento… Con l’ombra di un, forse, inesistente amante di lei, e la minaccia di una incombente invasione aliena che arriva d’improvviso tra capo e collo. Potrei dirti che tratta di questo. In realtà il tema portante è l’alienazione!
[Ivan]: Era l’unico titolo possibile per fare coesistere gufi e alieni. Tratta delle curvature della mente, dell’assenza della Storia, dell’inganno dei sentimenti, nella piccola situazione di due claustrofobici amanti soffocati dalle loro stesse piume.

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About The Author

Laureata in Letteratura, Musica e Spettacolo, nutre una grande passione per il mondo del Cinema, del Teatro e della Fotografia. Ironica nella vita e nella scrittura, studia per diventare una truccatrice professionista e dare un po' di colore a ciò che la circonda.

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